Non so più di chi è l’idea
Vent’anni a studiare come le persone usano gli strumenti. Poi gli strumenti hanno iniziato a rispondermi.
C’è un momento, quando lavoro con un’intelligenza artificiale, in cui perdo il filo di chi sta pensando.
Comincio io. Butto giù un’idea, le chiedo di aiutarmi a svilupparla. Lei risponde, io correggo, lei rilancia con qualcosa a cui non avevo pensato, io lo prendo e ci costruisco sopra. Dopo mezz’ora ho un testo, un’analisi, una decisione. E se mi fermo a guardarla onestamente, non saprei dirti dov’è finito il confine tra la mia testa e la sua.
Non lo racconto come un problema tecnico. Lo racconto perché mi riguarda da vicino, e credo riguardi anche te.
Faccio più o meno lo stesso mestiere da vent’anni. Ho studiato come le persone usano le interfacce, i siti, i prodotti digitali — sempre convinto che fosse un lavoro da antropologo più che da tecnico. Perché il modo in cui usi una cosa dice chi sei, da dove vieni, come pensi. Non è mai neutro.
Per tutti questi anni la persona che studiavo stava da una parte, e lo strumento dall’altra. C’era un confine chiaro. Poi il confine si è messo a tremare, ed è successo quando gli strumenti hanno cominciato a parlare.
Questa cosa — il fatto che tra noi e le macchine sia nata una conversazione, e non più solo un uso — è diventata la ricerca a cui tengo di più. La porto avanti con Tamara Mykhaylyak, antropologa e mia collega alla Federico II, e l’abbiamo chiamata Antropologia Agentica.
Detta semplice: se l’IA non è più uno strumento ma qualcosa con cui dialoghiamo, allora va studiata come si studia una relazione. Guardando cosa succede in mezzo. Cosa ci diciamo, cosa le lasciamo fare, cosa cambia in noi.
Ti scrivo anche perché è appena successa una cosa che per me conta: sono entrato come advisor accademico in un centro di ricerca indipendente, AURORA. È nato a Roma qualche anno fa, lo dirige Caterina Ferrara, e lavora in un territorio che mi somiglia — tra filosofia della scienza, intelligenza artificiale, neuroscienze. Ha tre valori scritti in chiaro: integrità, curiosità, inclusione.
Sono le tre parole per cui ho detto sì.
Quello che mi ha convinto, più dei temi, è dove sceglie di guardare. AURORA si occupa anche di cose che non “rendono”: la comunicazione tra cervelli, le interfacce neurali per chi ha perso la parola, la ricerca che serve a poche persone ma serve tantissimo.
È il tipo di lavoro che il mercato lascia indietro perché non scala — e trovare qualcuno che decide di occuparsene apposta, mi ha fatto sentire a casa.
Una loro idea, sopra le altre, mi gira in testa da giorni: che nella ricerca l’IA sia ormai una specie di partner, capace di suggerire strade a cui nessuno aveva pensato. È esattamente quello che vivo io quando lavoro, solo visto dall’alto.
Ma non voglio farti un annuncio. Voglio lasciarti la cosa che mi porto dietro da tutto questo, perché forse serve anche a te.
La prossima volta che chiedi qualcosa a un’IA — una mail, un’idea, un consiglio — non fermarti a valutare se la risposta è buona. Fatti una domanda più scomoda: di chi è questa idea? Dove ho messo qualcosa di mio, e in che punto ho smesso di pensare e ho solo detto sì?
Me lo chiedo continuamente, e non ho una risposta pulita. Alcune volte l’idea è davvero mia, e lei mi ha solo aiutato a tirarla fuori. Altre volte, se sono onesto, ho firmato un pensiero che non era del tutto mio senza nemmeno accorgermene.
La differenza tra le due cose non la fa la macchina. La faccio io, con quanta attenzione resto presente mentre la uso.
Ecco, se dovessi dire a cosa serve tutto il mio lavoro — vent’anni di utenti, la ricerca con Tamara, ora AURORA — lo direi così: a restare gli autori di quello che pensiamo, adesso che pensare è diventato un gesto che facciamo in due.
Vent’anni fa guardavo dove le persone cliccavano.
Oggi guardo con chi stanno ragionando.
Continuo a farlo qui, con te, un numero alla volta.
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