A un certo punto lavorando con gli agenti succede qualcosa di curioso.
Inizi a pensare per sistemi.
Non più: “come faccio questa cosa?” Ma: “come progetto il processo per cui questa cosa si fa?”
Il primo sistema serio che ho costruito era semplice: un agente che raccoglieva informazioni su un tema, un secondo che le sintetizzava, un terzo che produceva una prima bozza.
Sembrava una catena pulita. In realtà era piena di punti di rottura che non avevo previsto. Ho passato più tempo a correggere il sistema che a farlo funzionare.
Usare uno strumento: apri la chat, fai una domanda, ottieni una risposta, vai avanti.
Progettare un’architettura: pensi a come le parti si connettono, dove l’errore si propaga, dove serve la tua supervisione e dove no.
La cosa che ho imparato è che non si può fare a tavolino. Si progetta mentre si fa. Si aggiusta, si semplifica.
Il principio del minimo necessario vale anche qui.
Il vantaggio competitivo non viene dagli strumenti. Viene dalla capacità di immaginare sistemi che non esistono ancora.
Senza la comprensione profonda del lavoro che stai cercando di automatizzare, puoi costruire un sistema elaborato che produce risultati mediocri in modo molto efficiente.
La settimana prossima: l’ultima puntata. Se una parte crescente del lavoro cognitivo può essere delegata, cosa resta davvero nostro?



