C’è qualcosa di strano nell’avere accesso a un sistema che può risponderti su quasi tutto.
Prima, quando non sapevo qualcosa, c’era una sequenza naturale: cercare, leggere, fare fatica a capire. Il processo era lento, ma aveva una caratteristica preziosa: ti lasciava qualcosa. Non solo l’informazione. Il percorso verso l’informazione.
Adesso la risposta arriva prima. Il percorso scompare.
Ho notato in me una tendenza nuova: fare domande prima di provare.
La risposta alla domanda che non hai ancora provato a risponderti è diversa dalla risposta alla domanda che hai già affrontato. Nel secondo caso la risposta si aggancia a qualcosa che già sai. Nel primo caso galleggia — arriva, la leggi, la capisci in superficie, ma non si incolla a niente.
Per un mese ho smesso di usare gli agenti per rispondere a domande su argomenti che stavo imparando. Li usavo solo nella fase di verifica.
La differenza era netta. Non nella quantità di cose che imparavo. Nel fatto che quelle cose restavano.
Usarli nel posto giusto del processo di apprendimento. Non all’inizio, quando la difficoltà è il punto. Alla fine, quando la difficoltà è superata e vuoi espandere.
Gli agenti tendono a rispondere. Fanno fatica a dire “non lo so” in modo convincente. Se non sai già abbastanza per riconoscere una risposta sbagliata, rischi di ricevere sicurezza dove dovrebbe esserci dubbio.
La curiosità disciplinata — quella che non si accontenta della prima risposta, che verifica, che mette in discussione — diventa più importante, non meno.
La settimana prossima: il rumore e il filtro. Stiamo producendo troppo — e chi decide cosa



