Questa settimana vi propongo una riflessione antropologica, abbiate pietà di me.
Ogni cultura, a ogni latitudine, inventa riti per mettere ordine nell’esperienza – per segnare il tempo, lenire le emozioni, costruire legami, dire “noi” e “io” allo stesso tempo.
Parlare di rituali significa entrare in un territorio in cui sacro e profano, intimo e pubblico, istinto e potere si intrecciano.
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È già Durkheim a ricordarci che il rito “crea il sacro”, mentre Turner ne coglie il carattere processuale, la soglia (la liminalità) che fa vacillare lo status quo e permette la comunione emotiva, la communitas.
Se Catherine Bell preferisce parlare di “ritualizzazione” – un modo strategico di agire che marca differenze e gerarchie – è perché avverte come la posta in gioco non sia soltanto la coesione, ma la distribuzione del potere simbolico.
La festa collettiva: quando il “noi” vibra
[Lo scudetto del Napoli]
Prendiamo la gioia quasi mistica esplosa a Napoli il 23 maggio 2025, quando la squadra partenopea ha conquistato lo scudetto per la seconda volta in pochi anni.
Per le strade, i balconi, perfino nelle liturgie domenicali, si è diffusa quella che Durkheim chiamava “effervescenza collettiva”: un sovrappiù di energia emotiva che sospende l’individuo nelle braccia di un “noi” più grande.
Non è un caso isolato; si pensi alle Olimpiadi antiche, che fermavano le guerre elleniche, o al pellegrinaggio Kumbh Mela, dove milioni di fedeli si immergono nel Gange per un bagno di purificazione che trascende la singola biografia. In tutti questi casi il rito funziona da atto performativo: ridisegna i confini del gruppo, conferma un’appartenenza, produce un capitale di riconoscimento che – direbbe Bourdieu – si traduce in onore, prestigio, visibilità.
Capodanno e altre soglie private
Passiamo ora a un Capodanno qualsiasi.
Alla mezzanotte, tra cucine domestiche e piccoli brindisi, ognuno affida ai fuochi d’artificio desideri che restano, in apparenza, privati: cambiare lavoro, guarire da una ferita, ricucire un affetto. Sembra il trionfo dell’individuale, e in parte lo è.
Ma la forma è codificata – lo spumante, il conto alla rovescia, il bacio di augurio – e rimanda a un orizzonte di significati condivisi. Lo si vede bene nel Hatsumōde giapponese, la prima visita al tempio dell’anno: migliaia di persone compiono un gesto personale (legare il proprio biglietto con il desiderio) dentro un dispositivo rituale che esiste da secoli. O, più vicino a noi, nel Thanksgiving statunitense: momento di intimità familiare che rinnova però il mito fondativo della nazione.
Dove i due poli si toccano
La separazione tra riti collettivi e individuali, insomma, regge solo finché la si osservi da lontano. Appena ci avviciniamo emergono intercapedini, zone liminali.
A Times Square, la notte di San Silvestro, il conto alla rovescia è planetario: le telecamere diffondono un’immagine di folla oceanica, ma ogni coppia sigilla la mezzanotte con un bacio privato, ogni telefono cattura una promessa personale che, condivisa in diretta sui social, ridiventa materia collettiva.
È lo stesso principio che trasforma un lutto individuale in cordoglio pubblico: basti pensare alla morte di un artista – Prince, Kobe Bryant, o più di recente Gino Strada – e alla cascata di hashtag, candele digitali, foto d’archivio che creano una veglia transnazionale.
Passato remoto e presente iperconnesso
La compresenza dei due poli non è un fenomeno soltanto contemporaneo. A Roma il trionfo militare celebrava l’eroe generale ma trascinava l’intera urbe in una parata che riscriveva – per un giorno – la gerarchia sociale.
Dentro le case, invece, si veneravano i Lari, divinità domestiche incaricate di proteggere il focolare: minuscolo altare, grandiosa teologia dell’intimità. Oggi – nei territori digitali – un hashtag come #MeToo aggrega confessioni individuali di dolore e rabbia in un movimento planetario capace di incidere su leggi e culture aziendali.
Allo stesso tempo, la gamification rituale dei social – i “ricordi” di Facebook, i filtri celebrativi di Instagram, i countdown live di TikTok – privatizza il rito dentro un feed personalizzato al millesimo, salvo poi monetizzarlo attraverso metriche di engagement.
Chi controlla i simboli?
Il potere, qui, è decisivo. Gli Stati, le Chiese, le piattaforme stabiliscono quali riti siano legittimi, quali spazi concedere, quali coreografie sanzionare.
Il Black Lives Matter, con le sue ginocchia a terra e i cartelli levati a pugno, ha messo in discussione l’ordine simbolico dominante; per questo ha funzionato come un contro-rito capace di rovesciare la sacralità delle istituzioni che non garantiscono giustizia.
Al contrario, durante la pandemia, la sospensione di funerali e matrimoni ha mostrato quanto sia fragile l’equilibrio emotivo senza la valvola di sfogo rituale: la mancanza di gesti condivisi ha prodotto spaesamento, a volte addirittura protesta.
Perché il dualismo serve
Alla fine, la dialettica tra collettivo e individuale non è un gioco a somma zero.
Il rito di folla stabilizza l’ordine sociale, crea coesione, riduce l’angoscia dell’isolamento; il rito personale legittima l’agency, permette di trattare con i propri demoni privati.
La modernità, osserva Ulrich Beck, spinge verso l’individualizzazione; ma proprio per questo ricorre a forme sempre nuove di sincronia collettiva – dallo stadio alla serie tv commentata in diretta su X.
Così l’essere umano, “animale simbolico” per Clifford Geertz, alterna appartenenza e distinzione, fusione e solitudine, perché ha bisogno di entrambe per orientarsi in una realtà complessa.
Celebrare uno scudetto in piazza o brindare a Capodanno nella penombra del salotto sono, in fondo, variazioni sul medesimo tema: prendere il flusso caotico della vita e trasformarlo in un momento denso di senso, dove il tempo sembra fermarsi, la comunità si riconosce e l’individuo può specchiarsi in qualcosa di più grande – senza mai smettere di essere sé stesso.



