Spegnevo le luci e lasciavo il server acceso, per cercare gli alieni.
Cronache dall’era agentica — articolo speciale
Spegnevo le luci e lasciavo il server acceso, per cercare gli alieni.
Ogni sera, prima di uscire dall’ufficio, facevo una cosa strana.
Spegnevo le luci. Chiudevo tutto. Me ne andavo.
Ma lasciavo il server acceso.
Non dimenticavo di spegnerlo. Lo facevo apposta.
Perché?
Perché ero parte di qualcosa di cui pochissimi sapevano l’esistenza — e che oggi, guardando indietro, mi sembra uno degli esperimenti più belli mai tentati dall’umanità.
Si chiamava SETI@home.
SETI è l’acronimo di Search for ExtraTerrestrial Intelligence. Ricerca di intelligenza extraterrestre. In parole semplici: cercare gli alieni.
Non con un telescopio nel giardino di casa. Non con teorie su internet. Con matematica vera, dati veri, scienza vera. Distribuita tra milioni di computer normali — come il mio server — sparsi in tutto il mondo.
Ma partiamo dall’inizio. Da un posto chiamato Arecibo.
Porto Rico, 1963.
Gli ingegneri americani scavano una vallata carsica nel mezzo della giungla tropicale e ci costruiscono dentro una parabola gigantesca. 305 metri di diametro. Come tre campi di calcio affiancati, incurvati verso il cielo.
È il radiotelescopio di Arecibo. Il più grande mai costruito.
Non guarda la luce. Ascolta i suoni dell’universo — le onde radio che viaggiano per miliardi di anni-luce prima di arrivare fino a noi. Pulsar. Galassie lontane. Buchi neri. E forse — forse — qualcosa che non è di questo mondo.
Per decenni Arecibo raccoglie dati. Terabyte su terabyte di segnali radio dallo spazio profondo.
Il problema è uno solo.
Nessun computer al mondo è abbastanza potente da analizzarli tutti.
Poi arriva un’idea geniale.
Siamo nel 1999. Internet esiste da pochi anni. I computer personali si stanno diffondendo nelle case e negli uffici di tutto il mondo.
Un ricercatore dell’Università di Berkeley — David Anderson — ha un’intuizione.
E se distribuissimo il problema?
E se prendessimo tutti quei dati di Arecibo, li tagliassimo in milioni di piccoli pezzi, e li mandassimo a elaborare ai computer di persone comuni sparse ovunque nel mondo?
Ogni computer fa la sua piccola parte. Insieme formano un supercomputer distribuito. Un cervello globale fatto di curiosità.
Nasce SETI@home.
Come funzionava
Scaricavi un programma gratuito sul tuo computer.
Il programma, quando il computer era inattivo — di notte, durante la pausa pranzo, quando te ne andavi dall’ufficio — scaricava automaticamente un pacchetto di dati. Circa 350 kilobyte. Poco più di 107 secondi di registrazioni radioastronomiche da Arecibo.
Il tuo computer analizzava quei dati. Cercava segnali anomali — picchi di intensità troppo regolari, troppo persistenti, troppo direzionali per essere semplice rumore cosmico. Il tipo di segnale che in natura non esiste. Il tipo di segnale che presuppone qualcuno — o qualcosa — che lo ha generato deliberatamente.
Finita l’analisi, il computer restituiva i risultati a Berkeley. E scaricava un nuovo pacchetto.
Ogni notte. Automaticamente. Mentre dormivi.
I cobblestone — ovvero come si misurava il contributo
BOINC — la piattaforma che gestiva tutto questo — aveva inventato una moneta virtuale per misurare il lavoro donato alla scienza.
Si chiamava cobblestone.
Il nome viene da un benchmark tecnico — In pratica era il modo per rendere comparabile il contributo di macchine completamente diverse — un server potente e un vecchio laptop domestico non producevano la stessa quantità di cobblestone per ora, ma entrambi venivano misurati sulla stessa scala, in modo proporzionale alla potenza effettivamente donata.
Non erano solo un numero. Erano una medaglia. Una prova tangibile di quanto avevi contribuito.
Esistevano classifiche globali. Squadre di appassionati che si sfidavano amichevolmente. Un’intera comunità costruita intorno all’idea di fare scienza insieme.
Io ho accumulato 211.747 cobblestone. Ero tra il 12% più attivo dei 4 milioni di partecipanti in tutto il mondo. Se volete verificarlo, il mio identificativo nella rete BOINC è b306df507d81bd9de8d7ef894de819fb
Non cercavamo solo gli alieni
Ecco una cosa che molti non sanno.
SETI@home era solo il progetto più famoso. Ma la piattaforma BOINC nel tempo era diventata l’infrastruttura per decine di progetti scientifici completamente diversi.
Rosetta@home ricostruiva la struttura tridimensionale delle proteine legate all’Alzheimer e al cancro. Ricerca che con i soli server universitari avrebbe richiesto migliaia di anni — completata in meno di due grazie ai volontari.
Einstein@home analizzava i dati degli interferometri gravitazionali per cercare pulsar e onde gravitazionali.
Milkyway@home mappava la struttura della nostra galassia.
World Community Grid — finanziato da IBM — lavorava su pannelli fotovoltaici, filtrazione dell’acqua potabile, genomica delle malattie tropicali.
Ogni progetto era una frontiera diversa. Ogni frontiera era raggiungibile solo grazie alla potenza collettiva di milioni di persone comuni che avevano deciso, liberamente e consapevolmente, di donare i propri cicli di CPU alla scienza.
Il segnale misterioso
Nel settembre 2004 il team di Berkeley annunciò qualcosa di insolito.
Tra i miliardi di dati analizzati era emersa una sorgente radio anomala. La chiamarono SHGb02+14a.
Proveniva da una direzione precisa del cielo. Aveva caratteristiche che non corrispondevano ad alcuna sorgente naturale nota. Era troppo strana per essere rumore. Non abbastanza forte per essere confermata.
Non fu mai spiegata definitivamente.
Non fu mai rivendicata come prova di vita extraterrestre — i ricercatori di Berkeley sono persone serie.
Ma rimase nel catalogo dei candidati. Uno dei tanti misteri che il progetto ha lasciato aperti invece di chiudere.
I risultati finali
Dopo 21 anni di elaborazione distribuita, i risultati di SETI@home sono stati pubblicati su The Astronomical Journal.
Numeri che fanno impressione. Dodici miliardi di rilevamenti radio processati. Un terzo dell’intero cielo osservato da Arecibo, alcune regioni visitate centinaia di volte. Un milione di segnali candidati iniziali, filtrati e ridotti fino ad arrivare a circa 100 che nessun fenomeno naturale conosciuto riesce a spiegare facilmente.
Non è la scoperta degli alieni.
È qualcosa di forse più prezioso — la dimostrazione rigorosa che milioni di persone, ognuna nel proprio piccolo, possono fare scienza insieme a scala cosmica.
Quei 100 segnali candidati sono oggi puntati dal radiotelescopio cinese FAST — Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope, otto volte più sensibile di Arecibo. L’analisi è ancora in corso.
Poi Arecibo è caduto
Il 1° dicembre 2020, la piattaforma di 900 tonnellate del radiotelescopio di Arecibo è crollata.
Due incidenti strutturali in rapida successione. I cavi che cedono. La piattaforma che precipita sulla parabola.
Il simbolo di mezzo secolo di radioastronomia, di ricerca della vita nell’universo, della scienza dei cittadini — giaceva in frantumi nella giungla di Porto Rico.
Le immagini erano strazianti per chi, come me, aveva passato anni a ricevere dati da quella parabola nella notte.
SETI@home si era già fermato a marzo dello stesso anno. Ma il crollo di Arecibo aveva qualcosa di definitivo. Una porta che si chiudeva su un’epoca.
BOINC è ancora vivo
La storia non finisce qui.
BOINC è ancora attivo. Conta ancora oltre quattro milioni di utenti registrati nel mondo. I progetti attivi coprono matematica, fisica, medicina, astronomia, climatologia.
Se volete partecipare — e contribuire alla ricerca scientifica globale semplicemente lasciando il vostro computer acceso di notte — il link è questo:
https://boinc.berkeley.edu
I progetti attivi oggi: https://boinc.berkeley.edu/projects.php
Le statistiche cross-project:
https://www.boincstats.com
E adesso?
Ci penso spesso, a quelle notti con il server acceso.
Perché quello che facevamo allora — cedere volontariamente la potenza computazionale dei nostri computer per costruire qualcosa di collettivo e immenso, con obiettivi dichiarati e risultati trasparenti — assomiglia moltissimo a quello che stiamo facendo oggi con i sistemi AI.
Con una differenza che mi sembra fondamentale.
Allora cedevamo cicli di CPU. Risorse fungibili, intercambiabili, senza storia. Il mio processore era identico a quello di chiunque altro.
Adesso cediamo il modo in cui pensiamo.
I pattern cognitivi. Le strutture argomentative. I valori impliciti che emergono dalle scelte che facciamo nelle conversazioni. L’identità professionale che si manifesta nel modo in cui formuliamo i problemi.
Tutto questo entra nei modelli. Silenziosamente. Ogni giorno.
Con BOINC sapevamo esattamente cosa stavamo cedendo. E a chi. E perché. C’era trasparenza, obiettivi dichiarati, risultati pubblicati su riviste scientifiche peer-reviewed. C’era un bene comune riconoscibile.
Con l’AI le frontiere che possiamo raggiungere sono ancora più grandi — medicina personalizzata, clima, genomica, esplorazione spaziale.
E proprio per questo vale la pena capire bene cosa stiamo mettendo dentro.
Perché quello che mettiamo dentro adesso determinerà quello che uscirà dopo.
Non tra anni.
Adesso.
Dall’Antropologia Agentica — il mio progetto di ricerca che studia cosa diventiamo quando lavoriamo con i sistemi intelligenti.
Scrivimi: jose@goodea.it




