C’è un cinema fermo nel tempo a Napoli, in Corso San Giovanni a Teduccio.
Si chiama Supercinema, ed è chiuso dal 1980.
Quarantaquattro anni di silenzio. Quarantaquattro anni di storie mai proiettate, di comunità mai riunita, di un pezzo di memoria collettiva sospeso.
Casi come questo — sociali, culturali, profondamente territoriali — raramente trovano orecchie istituzionali.
Raramente hanno un capitolo di bilancio.
Sopravvivono, quando sopravvivono, alla sensibilità del singolo.
Alla donazione.
Ma siamo sicuri che basti ancora?
Perché un cinema non è un edificio vuoto.
È il luogo dove una generazione si è riconosciuta.
Dove si sono vissuti i primi baci, le prime risate al buio, i pomeriggi di pioggia e i sabati sera.
Quando muore un cinema, muore un rituale collettivo.
Come si risveglia un rituale con un bonifico? Con un bollettino? Con un “dona ora” su una pagina?
Il limite delle raccolte fondi tradizionali non è la loro utilità — possono funzionare — ma la loro “mancanza di rito”.
Ci chiedono di essere finanziatori, non di essere “pubblico”.
Ci allontanano dal senso più profondo del gesto: rientrare in quella storia.
E se invece potessimo ridiventare spettatori, prima ancora che donatori?
Se potessimo scegliere il nostro posto in platea, come si faceva una volta, con la piccola emozione di prenotare il “proprio” angolo di visione?
Se l’atto del donare diventasse l’atto del “mettersi in attesa” — pronti per il “ciak” di una rinascita collettiva?
Non parliamo di semplice crowdfunding.
Parliamo di restituire simbolo a un gesto altrimenti anonimo.
Di far sì che dare non sia un addio, ma un benvenuto.
Immaginate: adottate una poltrona
Non un importo, una poltrona.
La vedete nella mappa interattiva della sala, esattamente dove sarà.
Ricevete una sua foto oggi, piena di polvere e di attesa, e una promessa: quella sarà la vostra poltrona, quando le luci torneranno ad accendersi.
Poi, se volete, potete persino “abbonarvi” alla stagione che verrà: non per vedere film, ma per essere parte della storia che li riporta lì.
È questo il passaggio che ci manca: dall’aiutare una causa all’abitarne il futuro.
Prima con l’immaginazione, poi con il sostegno.
Le cause di comunità non vivono di soldi.
Vivono di persone che credono abbastanza da mettersi in fila, anche solo simbolicamente, per il primo spettacolo.
Alla fine di questo messaggio, vi mostro un’idea.
Un esperimento
Non è la campagna ufficiale — quella è già attiva su Produzioni dal Basso per il Supercinema di San Giovanni a Teduccio — ma una simulazione di quello che potrebbe essere: una piattaforma che non chiede soldi, chiede presenza.
Che non raccoglie fondi, ma prenotazioni per il futuro.
Perché a volte, per riavere un cinema, non basta finanziarne la ristrutturazione.
Bisogna riempirlo di gente, prima ancora che di sedie.
Quello che vedete nel video è solo un’idea iniziale: un modo per ripensare come potremmo vivere, domani, il rapporto tra un luogo che rinasce e chi lo rende possibile.
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P.S. Grazie al NEST, e in collaborazione con Estramoenia, la campagna concreta per il Supercinema è già viva e attiva su Produzioni dal Basso. Sostenerla è possibile già ora.
https://www.produzionidalbasso.com/project/riaccendiamo-il-supercinema-nasce-supernest/
Come puoi aiutarci anche se non puoi donare
Se sei di Napoli e non puoi donare, condividi la campagna e scrivi a 3 persone “questa riapertura riguarda anche noi”. Perché questa non è solo una riapertura: è un patto culturale e civile che parte da Napoli Est e parla a tutta la città.



