Perché ho scritto Symbiotic UX — e perché adesso è il momento giusto
C’è un momento in cui smetti di raccogliere appunti e senti che è arrivato il tempo di sistemarli. Non in un cassetto, ma in qualcosa che possa essere utile agli altri.
Per me quel momento è arrivato con una domanda semplice, forse ingenua: perché, con tutti gli strumenti che abbiamo, le interfacce web continuano a far sentire le persone inadeguate?
Ho cercato la risposta in tanti posti. Nei dati di usabilità. Negli studi cognitivi. Nelle sessioni di test con utenti reali — quelli veri, non le “personas” di carta che popolano i nostri deliverable. E ho trovato ogni volta la stessa cosa: il problema non era tecnico. Era di visione.
Mancava — e spesso manca ancora — la consapevolezza che progettare un’interfaccia è un atto profondamente umano. Che ogni pulsante mal posizionato è una domanda rimasta senza risposta. Che ogni carrello abbandonato è un’esperienza fallita prima ancora di essere una metrica.
Symbiotic UX è la mia risposta a quella domanda.
Il libro parte da un’idea che trovo insieme semplice e radicale: l’interfaccia del futuro non è quella che funziona meglio nel senso tecnico. È quella che scompare, lasciando spazio all’esperienza umana. Quella che si adatta al contesto, all’attenzione, allo stato d’animo di chi la usa. Quella che coopera, invece di imporre.
Ho chiamato questo paradigma simbiotico — prendendo ispirazione da Stefano Mancuso e dalla sua “Plant Revolution”: le piante non hanno un centro di comando, distribuiscono intelligenza sull’intera rete, si adattano agli stress senza collassare. Sono resilienti perché sono modulari, perché ascoltano l’ambiente, perché non sprecano risorse.
È esattamente il modello che il web design dovrebbe adottare.
Il libro attraversa 14 capitoli e tre appendici. Si occupa di accessibilità come diritto — non come checklist. Di microcopy come linguaggio terapeutico — non come riempitivo. Di etnografia digitale, di neuroergonomia, di intelligenza artificiale da integrare nei sistemi invece di delegarle il design. E si occupa anche di scenari emergenziali, perché le interfacce devono funzionare anche quando le persone sono fragili, disorientate, spaventate.
Ho scritto questo libro per i designer, certo. Ma anche per gli sviluppatori che vogliono capire perché il “funziona” non basta. Per i product manager che devono difendere l’UX in un budget meeting. Per tutti quelli che lavorano nel digitale e sentono che qualcosa non torna — che c’è un divario tra la complessità delle persone e la semplicità dei nostri modelli.
Soprattutto, l’ho scritto convinto che il design multidisciplinare non sia un lusso per grandi aziende. È una necessità. Psicologia, antropologia, neuroscienze, etica computazionale non sono “extra” — sono le fondamenta di ogni interfaccia che voglia davvero stare dalla parte dell’utente.
Symbiotic UX è pubblicato da Apogeo Educational ed è già disponibile in pre-order su Amazon. Dal 31 marzo 2026 sarà nelle librerie italiane.
Se hai domande, curiosità, o vuoi discutere di qualche tema del libro, scrivimi.
La conversazione più interessante è sempre quella che comincia dopo l’ultima pagina.



